La dignitas nell'epoca delle pubblicità e dei social
- Giada Cardillo
- 5 giorni fa
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Oggigiorno più che mai percepiamo una libertà pressoché assoluta nel modo di esprimerci e di atteggiarci, e forse proprio per questo ci troviamo storicamente in uno dei punti più lontani dalla morale classica, che invece suggeriva regole comportamentali ben precise e addirittura costruiva l’intero sistema di caste socio-politiche su questi principi oramai dimenticati. Tuttavia… Siamo sicuri sia davvero così?

Prima di tutto, per rispondere a suddetto quesito urgono delle premesse di natura esplicativa. Nel “De Officiis” ciceroniano (letteralmente tradotto: “in merito ai doveri”) troviamo due concetti fondamentali in questa istanza: la “dignitas” e il “decorum”. Spesso e volentieri imparentati e collaterali, questi due termini si declinano in sfumature leggermente diverse quando si parla di etica del comportamento.
Il primo, la “dignitas”, è inquadrato come attributo di natura maschile opposto alla venustas - la sua controparte femminile - ed è definito come il prestigio esogenamente riconosciuto a una determinata persona sulla base della sua auctoritas, ovvero della sua autorevolezza, dell’ascendente che esercita per il prestigio morale, per la gravitas (la serietà che deriva dall’autodisciplina) e per l’esperienza accumulata. In quest’ottica, la dignitas può essere rafforzata dal decorum, ovvero dalla grammatica comportamentale basata sull’adeguatezza tra forma e funzione, ma può esistere a prescindere da essa. Prossimamente sarà mia cura e piacere disquisire della dinamica estetica tra questi due concetti in un altro articolo, ma per questa istanza ci atterremo alla sfumatura più socio-politica della loro essenza.
Dunque, l’auctoritas può essere acquisita grazie alla fides, ovvero alla fiducia che gli altri ripongono in noi, che a sua volta è garantita dalla iustitia, da quella virtù fondamentale ciceroniana di un uomo di mantenere la parola data e di perseguire gli obiettivi che si è prefissato. Seguendo questa logica, possiamo azzardare una sintetizzazione di questo tipo:
iustitia → fides → auctoritas → dignitas
in cui il decorum si aggiunge come un consolidamento dell’auctoritas, che a sua volta si traduce in un rafforzamento della dignitas.
In poche parole, possiamo dire che in epoca classica la dignitas era stabilita dalla rettitudine morale debitamente consolidata dalla coerenza comportamentale, tenendo sempre presente che l’individuo, in quel contesto storico, veniva prima di tutto valutato in stretta relazione alla polis e veniva considerato sua parte integrante e imprescindibile. Era quindi molto difficile concepire l’individualità come la si concepisce oggi, proprio perché questo concetto era legato a una prerogativa di utilità verso la comunità che spesso e volentieri doveva coincidere con l’apparenza e l’atteggiamento in un’ottica di coerenza e di sovrapposizione totale.
L’aspetto socio-politico dell’esistenza era l’assoluta priorità in questo senso, a tal punto da intervenire in maniera piuttosto invadente nella definizione dell’identità del singolo.
Ma quindi, premesse queste profonde differenze culturali, com’è possibile creare un ponte tra quella realtà storica e la nostra contemporanea?
In verità, è più facile di quello che si pensi.
Ebbene, ci troviamo negli anni ‘50, negli anni che seguono la seconda guerra mondiale, un evento storico che ha stravolto gli equilibri sociali e politici dalle fondamenta. A livello etico e comportamentale le persone sono naufraghi che vengono trasportati da una marea di dolore, sofferenza e violenza verso le rive di una nuova realtà in cui l’intero sistema di valori è in piena revisione. L’atrocità, che era pane quotidiano legittimato dai media, e l’allarmismo, che era l’amaro bicchiere di vino che accompagnava immancabilmente ogni pranzo, scompaiono improvvisamente dalla vita di tutti i giorni. La propaganda che aveva istruito chi restava a casa all’allerta costante e che aveva addestrato i giovani e le famiglie al sacrificio e all’utilità militare ora s’ammutolisce, lasciando un silenzio assordante nelle menti desensibilizzate dei superstiti. Quando le direttive sono venute meno al momento della conclusione del conflitto, le persone si sono trovate senza una direzione in cui procedere. Tutto quello a cui erano stati avvezzati ora non erano altro che ruderi, detriti di istruzioni condizionanti ma ormai obsolete. Cosa dovevano fare per riprendere a condurre una vita normale, si chiedevano. Cosa avrebbero dovuto farci con l’allarmismo interiorizzato, la violenza sperimentata e la preoccupazione viscerale che li aveva accompagnati per quegli anni? Cosa dovevano farci con quei cocci esistenziali ormai privi di valore?
Insomma, come ci si comportava prima, e come ci si doveva comportare ora?
La risposta giunse pronta e confezionata da parte dei media.
Di base, continuarono a fare ciò che Mussolini aveva già iniziato a fare, ovvero condizionare l’opinione pubblica; ora, però, l’avrebbero fatto con una marcia in più.
Oltre che guidare, ora i media avrebbero fornito. Nello specifico, avrebbero fornito idoli (dal greco “eidos”, che significa forma o aspetto e condivide la medesima radice della parola “idea”, e quindi del concetto di “ideale”) a cui riferirsi e a cui riservare stima e gloria, senza però renderli direttamente accessibili; elevandoli, nella pratica, a semi-divinità confinate all’interno di una bolla esistenziale completamente slacciata da quella quotidiana. Queste figure avevano fatto del successo la loro prerogativa di vita e potevano essere incarnate da politici, da star del cinema o da cantanti famosi. Attraverso l’immagine studiata e proposta dai media fornivano una nuova direzione esistenziale e comportamentale, e in questo humus filosofico che ricorda molto l’Iperuranio platoniano l’unico modo per avvicinarsi a queste semi-divinità era assomigliargli negli atteggiamenti e nello stile... ed ecco dove entra in gioco la pubblicità. Gli spot televisivi e radiofonici cominciarono a proporre prodotti che, qualora acquistati, promettevano di poterti far “diventare” quella determinata celebrità, e quindi anche di vivere il suo agio e il suo successo sulla tua pelle. Banalmente, comprando il liquore che Sergio Endrigo millantava di consumare abitualmente anche l’impiegato comune o la casalinga, altresì intrappolati in una vita fatta di doveri, mediocrità e convenzioni, potevano concedersi una boccata d’aria e respirare il profumo della realizzazione personale.
La dignitas, in quest’ottica, si sposta dall’obbedienza richiesta durante il secondo conflitto mondiale all’emulazione e alla conseguente identificazione con semi-divinità sociali. L’atto dell’acquisto e del successivo possesso di oggetti di celebrità diventa il mezzo per garantirsi il prestigio “rubandolo” all’idolo di riferimento; la dignitas, quindi, risiede ora nel potere d’acquisto del singolo o della famiglia.
Questo nuovo assetto, oltre che spianare la strada a un’epoca d’oro per le truffe, le imitazioni e il capitalismo, predispone anche il terreno affinché altri semi simili possano germogliare e sbocciare in quella che poi diverrà l’estetica della performance.
Ora che l’asse dignitas-idolo è stata predisposta e perfezionata, si può procedere verso un altro livello di sovrapposizione: attraverso l’impianto dei social, la distanza tra celebrità e persone comuni si assottiglia fino ad annullarsi. Gli utenti comprendono che lo stesso contenitore (la piattaforma social) non solo è accessibile a tutti in equal maniera, ma conserva sia il profilo di persone comuni che quello di star del cinema, di politici, di grandi sapienti o di qualsivoglia altra categoria di persone di rilievo. Lo spazio diventa condiviso, la gerarchia si appiattisce fino a orizzontalizzarsi e quella che prima si limitava a essere una tensione irrealizzata verso una versione umana idealizzata ora trova una declinazione concreta nell’emisfero digitale. Il concetto “se questa persona ha raggiunto il successo posso farlo anche io” comincia a insinuarsi nella mente dei più, e le piattaforme social concimano questo asserto. La semi-divinità sociale non solo diviene raggiungibile, ma anche replicabile: lo strumento per diventarlo è l’esposizione di un sé raffinato, calibrato e studiato.
L’impegno diventa il mezzo con cui ottenere il successo, soprattutto se declinato in una levigazione sistemica dell’apparenza a scapito dell’essenza, che non può in alcun modo essere distillata in un mondo sociale sempre più categorizzato, semplificato ed estremizzato. A questo punto, assistiamo a una transizione della poetica dell’acquisto a quella della performance, e inizialmente questo sistema sembra funzionare per uscire dalla mediocrità. Quando poi gli spazi digitali raggiungono la saturazione, la competizione diventa l’epicentro comportamentale e comincia a sfibrare il sistema sociale dall’interno fino a sgretolarlo. Le trame interpersonali si sfoltiscono, l’identità viene condensata in un mero riflesso, l’essenza diviene sempre più sfumata e le connessioni umane si dissipano con sempre maggiore facilità. L’individualismo soppianta il senso di comunità, ed ecco che la prestazione diventa il mezzo per garantirsi la dignitas.
Su un piano sociologico, in questo momento noi ci troviamo proprio qui, nella grammatica della performance sostenuta da una globalizzazione che ha glorificato l’individualismo e logorato l’apparenza attraverso l’esposizione spasmodica e semplificata del sé.
Giunti a questo punto di collasso, molteplici possono essere le considerazioni più o meno positive da rivolgere a questo sistema; tuttavia, quest’umile articolista si limiterà a enunciarne una soltanto e si concederà, di grazia, un’unica riflessione: ogni epoca è contraddistinta dal proprio sistema di valori, e questo, a scanso di viziosi moralismi generazionali e catastrofismi eventuali, è naturale. Ciò che forse si sta scostando un po’ troppo dalla natura è la bontà di tali sistemi, e ciò che preoccupa i consapevoli è la delegazione sempre più arbitraria delle scelte a un pilotaggio esterno. In definitiva, stiamo assistendo a un assottigliamento sistemico e deliberato della consapevolezza circa il principio fisico cosmico del causa-effetto e della conveniente rinuncia di responsabilità che ne consegue, e questo, in virtù della memoria storica, non ha mai portato a nulla di buono.
In un mondo governato da algoritmi, da critiche senza soluzioni alternative e da idoli molto lontani dagli ideali propri dell’Iperuranio platoniano, basterebbe probabilmente tornare a interrogarsi sul come piuttosto che sul cosa, a riscoprire il fascino dell'esperienza in sé senza scadere nell'esibizionismo narcisistico degli oggetti e dei riflessi identitari.
Questo semplice atto di refocus potrebbere essere il primo passo verso un reindirizzamento dell'esito etico di questa convulsa realtà sociale contemporanea.


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