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Il tormento dell'artifex

  • Immagine del redattore: Giada Cardillo
    Giada Cardillo
  • 13 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 14 ago

Melencolia I, Albrecht Dürer, incisione, 1514
Melencolia I, Albrecht Dürer, incisione, 1514

Al di là della sua fama, osservando questa incisione del 1514 di Dürer viene naturale intuire il nome dell’opera: una figura a metà strada tra un artista e un artigiano se ne sta seduto sconsolato in mezzo a tutti i suoi strumenti di misurazione e di progettazione, come se li avesse usati fino a logorarli senza però condurlo al risultato sperato. Il suo corpo è plasmato da un’incurabile rassegnazione, e nei suoi occhi, puntati verso l’Ideale a cui tende ma il cui accesso gli è spietatamente precluso, c’è un moto di frustrazione, quasi di rabbia. Ecco, cosa significava essere un artifex nell’epoca classica. Melencolia I di Dürer è la rappresentazione visiva più evocativa dello stato di questa trasversale e chimerica figura classica. In questa magnifica opera d’arte, infatti, l’artifex appare malinconico, incapace di trovare la soddisfazione ultima poiché ingegnoso ma non ispirato. L’ideale crea solo tensione ma non risulta raggiungibile con i mezzi a sua disposizione, dal momento che questi permettono di misurare, di progettare e di inventare sulla base dell’ingegno recidendo tuttavia l’accesso all’afflautus, il soffio divino attraverso cui le Muse trasmettono l’ispirazione ed elevano temporaneamente l’individuo dalla sua condizione fisica rendendolo tramite incarnato della visione divina. Contrariamente a ciò che accade a Fedro, l’artista letterario classico per eccellenza in ottica democritea, all’artifex viene impedito l’accesso all’ispirazione poiché, essendo dedito alle artes sordidae nonché al lavoro finalizzato alla retribuzione, egli non concepisce l’otium, ovvero lo “spazio libero” mentale divincolato dagli obblighi e dalle mansioni quotidiane di stampo operativo, pubblico e politico che potrebbe condurlo alle artes liberales, quelle arti mentali, concettuali e filosofiche che gli concederebbero la dignitas necessaria per elevare il proprio status socio-politico.


Ma andiamo per gradi.


Immagine rielaborata sulla fotografia di Milan Popovic su Unsplash.com
Immagine rielaborata sulla fotografia di Milan Popovic su Unsplash.com

Prima di tutto, etimologicamente la parola "artifex" deriva dalla congiunzione di due parole di radice latina ars (arte) e facere (fare), risultando in "colui che fa arte" o artefice, ed è da collocare nell’epoca classica, in cui oscillava tra il concetto di artista e quello di artigiano senza mai consolidarsi - o costringersi - in nessuno dei due. L’artifex, tuttavia, era un profilo professionale ben integrato nell’ingranaggio socio-economico dell’epoca nonostante la sua indefinizione, mentre se trasposto in un’ottica più contemporanea possiamo dire con un certo grado di sicurezza che procurerebbe un bel grattacapo al reparto di risorse umane aziendale a causa, appunto, della sua natura chimerica e incategorizzabile.

Nonostante la sua figura ibrida, la vita professionale di questa chimera era estremamente specializzata: potevano essere trovati artifex che si occupavano solo di pittura, altri che si occupavano solo di scultura, altri di sola architettura senza mai sgocciolare negli altri ambiti.

Proprio così: la “chimericità” dell’artifex è da rintracciare nel suo status socio-politico, più che nella dimensione concreta e professionale, altresì molto ben definita.

Vediamo nello specifico perché questo artigiano particolarmente ingegnoso e specializzato non potesse essere qualificato come artista nonostante le sue spiccate doti in questo settore.


La figura dell’artifex, per definirsi tale, necessitava di cinque attributi fondamentali:


  1. doctrina, ovvero il sapere specialistico acquisito tramite lo studio teorico;

  2. peritia, ovvero la capacità raffinata nel tempo e acquisita attraverso l’usus e la ripetizione;

  3. natura ingenium, ovvero l’ingegno innato, la scintilla creativa;

  4. sollertia, ovvero la capacità di intervenire con prontezza pratica e intelligenza guizzante;

  5. calliditas, ovvero la capacità (facoltativa ma utile nel profilo dell’artifex) di trovare espedienti attraverso la furbizia e l’astuzia.


Il quadro che perviene è quello di un artigiano altamente specializzato nella propria arte manuale dotato però di un guizzo creativo proprio dell’artista.


Dunque perché non era possibile già all’epoca definirlo semplicemente come artista? Semplice: perché i canoni filosofici storici non lo permettevano.


All’epoca, gli stati socio-politici della polis erano definiti attraverso rigorosi standard di natura filosofica e deontologica. In ottica classica, l’artista era contraddistinto dall’ispirazione, dall’afflautus divino, dal furor poetico democriteo nonché dal mota mens aristotelico che gli permetteva di trascendere la sua condizione ordinaria in maniera transitoria venendo letteralmente “posseduto” dalle Muse affinché potesse veicolare la loro visione divina e declinarla in opere artistiche; l’artifex, di contro, per comporre le sue opere si appoggiava all’ingenium come risorsa, quindi a una capacità propria dell’essere umano che possiede di fatto una connotazione inventiva ma non trascendentale. È proprio qui che ritroviamo la difficoltà di definizione di questa figura: la sua attività, per quanto parzialmente guidata dal guizzo creativo, si declina nelle artes sordidae, ovvero nelle arti manuali, e non in quelle liberales, ovvero quelle mentali e concettuali che erano invece oggetto di dignitas. Il lavoro dell’artifex, inoltre, in quanto venale, manuale e orientato alla retribuzione attraverso mercede, risultava incompatibile con la dignitas, il prestigio conferito dallo status socio-politico definito esogenamente e basato sul riconoscimento altrui.

C’è però una buona notizia: nonostante questa scomoda inaccessibilità allo status della dignitas, l’artifex poteva comunque godere della prerogativa del decorum, ovvero di quell’attributo proprio di un determinato oggetto o di un certo individuo di assolvere adeguatamente alla funzione per cui è stato concepito e creato. A differenza della dignitas, che incarna la persona socio-politica e viene definita esogenamente, il decorum rimane un criterio regolativo dell’agire e dell’apparire, una grammatica formale e comportamentale basata sul principio dell’aptum, ovvero della proporzione e della convenienza, e non sul riconoscimento di terzi.


Insomma, chi oggigiorno viene definito un fannullone, un sognatore e un idealista, all’epoca vantava di uno status sociale estremamente alto e dignitoso… A patto che producesse, s'intende, opere d’arte.


Ciò detto, appare lampante come, nonostante la mancata dignitas ci fosse comunque una sorta di nobiltà intrinseca riconosciuta a questa figura professionale. Una figura che trovava la piena realizzazione nella contaminazione ontologica, in quell’esatto attributo che non la definisce né, tuttavia, la mortifica a livello professionale; una figura che proprio grazie alla sua indefinizione, alla sua capacità di oscillare liberamente tra due emisferi deontologicamente incompatibili, di incarnare gli antipodi attraverso l’integrazione di attributi precisi ma non determinanti costruiva fascino oltre successo.


Tirando le somme è possibile notare come anche una chimera umana non dotata di dignitas (prerogativa indiscutibile per entrare nella cerchia più alta a livello socio-politico) potesse comunque condurre una vita dignitosa e appagante nonostante la malinconia propria dell’incategorizzato e la frustrazione tipica dell’incompreso.


Fonti:

  • De Officis, Cicerone

  • Epistulae, Seneca

  • De Re Publica, Cicerone

  • Pro Sestio, Cicerone

  • Informazioni attinte alla mostra "Artifices" ospitata dal Centro Trevi a Bolzano e creata in collaborazione con il Museo Nazionale Romano

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