Kintsugi: perché ci affascina tanto?
- Giada Cardillo
- 7 ago
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 11 ago
Negli ultimi anni sempre più spesso si sente parlare del metodo giapponese del kintsugi (/kɪnˈtsuːɡi/).
Cavalcando l'onda della contaminazione culturale tipica della globalizzazione, quest'antico metodo di riparazione nipponico si è avidamente dilatato nella cognizione comune aprendo uno spiraglio verso la parte più oscura e ignota della consapevolezza condivisa. Nella pratica, l’arte zen del kintsugi consiste nella riparazione di oggetti di ceramica infranti attraverso il riempimento delle crepe con un preparato di cera e foglie d’oro; a livello semiotico, tuttavia, questo procedimento manuale risuona a un livello molto più profondo in termini emotivi. Oltre a permettere il riutilizzo dell’oggetto, questa pratica mira a impreziosirlo, a conferirgli un valore addirittura superiore a quello d’origine, e lo fa senza la benché minima volontà di celare l’imperfezione, altresì impiegando uno sforzo attivo nel renderla evidente. La bellezza originale dell’elemento - ovvero quella intonsa, perfetta e, in senso più simbolico, pura ma superficiale - viene sostituita da una bellezza inedita, matura, nata dalla sublimazione dell’imperfezione a seguito di un danno. Per la prima volta in molti anni di cieca iperproduttività e perfezionismo spasmodico, il focus slitta sulla modalità di realizzazione e prende le distanze dal risultato: ecco perché questa tecnica di riparazione empatizza con tale facilità con noi umani. A livello filosofico-esistenziale, il kintsugi ha la capacità di materializzare molte matrici che per i più risultano difficilmente accessibili in quanto eccessivamente astratte: vediamo quali sono nello specifico.

#1 Il riscatto del tempo e della fatica
La riparazione con metodo kintsugi richiede tempo, oltre che fatica; un tempo necessario e non negoziabile, un tempo che sempre più spesso oggigiorno ci viene negato o di cui, addirittura, ci priviamo. Una volta applicata la cera d'oro non resta che aspettare, e non c'è alcuna scadenza, esigenza o pressione esterna che possa in alcun modo accelerare il processo. L'intero atto segue ritmi naturali, abbattendo il concetto di fretta e di controllo: il risultato si plasma lentamente e a prescindere dall'intervento umano, che risulta cruciale per dare il via alla procedura, ma non per consolidarla e terminarla. Gran parte dell'opera viene riservata al tempo e al suo scorrere sapiente, che delicatamente ci sfila di mano il controllo a cui ci avvinghiamo sempre più spasmodicamente e lo relega alla fatica dell'atto, ora sacrificata (in senso latino sacer-facta, ovvero "resa sacra"). La ceramica riparata muta e si trasforma come un germoglio che cresce in pianta, e lo fa in maniera indipendente e sopattutto senza compromessi. Il kintsugi ci fa comprendere un concetto molto in antitesi con le regole della nostra epoca, ovvero quello secondo cui un ciliegio darà sempre ciliegie anche se lo supplichiamo di darci pesche, e lo farà con i suoi tempi e le sue modalità, completamente scardinato dai capricci umani e dai condizionamenti esterni. In questa resa al cospetto della realtà naturale c'è la riscoperta di un senso di pace e di libertà di cui siamo molto assetati.
#2 Il parallelismo con l'alchimia junghiana
Se ci si sofferma sul metodo, si può notare come il kintsugi sia quasi totalmente sovrapponibile al processo trasformativo alchemico proposto da Jung, il padre della psicanalisi moderna: si parte da una situazione di Nigredo (rappresentata dalla rottura dell’oggetto), si passa poi per la fase dell’Albedo (il riconoscimento che quell’oggetto non potrà essere ripristinato come in origine), si attraversa la fase della Citrinitas (l’atto di riparazione e di integrazione consapevole) per approdare poi al Rubedo, la fase finale (consistente nell’esposizione dell’oggetto dotato di nuova identità e valore).
In termini più schematici e sintetici, il parallelismo si declina in questo modo:
Rottura dell’oggetto → Ingiuria o ferita dell’anima (Nigredo);
Volontà di riparazione con il kintsugi → Selezione degli elementi di riparazione (Albedo);
Atto di riparazione → Integrazione degli elementi autentici e trasformativi (Citrinitas);
Esposizione e utilizzo dell’oggetto riparato → Manifestazione della propria nuova identità integrata e impreziosita (Rubedo).
Questa pratica manuale, oltre che essere focalizzata sul percorso piuttosto che sul risultato finale, possiede anche un fattore estremamente trascendente che risuona facilmente con la nostra sfera emotiva e con la crescente necessità di autenticità a fronte di un mondo che glorifica l'apparenza a discapito dell'essenza: la crepa, ovvero il difetto nonché la concretizzazione del danno, diventa l'accesso inderogabile al potenziale d'indagine e alla possibilità d'integrazione.
#3 La bellezza nell'imperfezione
Nonostante il molti tentativi dell'attuale sistema socio-culturale di demolire la fetta spirituale innatamente presente e caratteristica dell’esistenza umana, questa ha trovato comunque la via per palesarsi nella quotidianità. L’obiettivo del kintsugi, infatti, non è quello di negare il danno attraverso il ripristino dell’oggetto alla sua condizione originale o addirittura attraverso la sua diretta sostituzione: l'atto di riparazione scova attivamente la bellezza nell’imperfezione e la valorizza. Danno, imperfezione... Parliamo di concetti tanto sistematicamente demonizzati e stigmatizzati dalle più disparate istituzioni pubbliche da risultare un taboo inculcato nella nostra struttura esistenziale. Tuttavia, la nostra epigenetica umana sa che è proprio nell’imperfezione che ritroviamo l’autenticità, esattamente come l'opportunità di crescita sia da ricercarsi nell'errore e non nell'apparenza plastica - vedasi l'evoluzione delle specie. A causa dell'impianto sempre più invasivo dei social, al giorno d'oggi la perfezione è divenuta un prodotto squisitamente confezionato e pronto per essere consumato: l’ideale non crea più una sana tensione poiché non solo è divenuto disponibile ma anche ottenibile attraverso l’atto dell’acquisto consumistico e riproducibile grazie alla chirurgica selezione dell'esatta immagine che vogliamo fornire al mondo esterno. L'emisfero digitale della nostra esistenza si è trasformata in un vero e proprio banchetto imbandito di contenuti frequentamente privi di contesto, di significato semiotico e, conseguentemente, di valore intrinseco. Questa progressiva desertificazione cognitiva ha portato all’instaurarsi della necessità sempre più pressante nella mente umana di riassaggiare la genuinità della fatica e della semplicità; non per niente sempre più giovani appartenenti alla Gen Z stanno tornando alla tecnologia analogica, a oggetti e sensazioni direttamente sperimentabili e godibili sul lungo periodo, rinunciando alla comoda ma distruttiva “toppa” emotiva transitoria fornita dallo scrolling.

Sublimando queste diverse matrici, si nota come il processo del kintsugi rappresenti nell'effettivo un modello di disintossicazione mentale e di ricalibrazione emotiva estremamente potente e inalienabile. Inoltre, questa procedura di riparazione manuale è facilmente trasferibile su un piano trascendentale e filosofico, risultando particolarmente d'impatto nell'epoca digitale: la dipendenza dopaminica che ci sta consumando su base quotidiana viene messa alla porta, la nostra necessità di controllo incontra la resa e i modelli di consumo cominciano a essere messi in dubbio. Il prodotto finale del restauro tenderà ad adombrare oggetti spicci e di poco valore con la sua mera presenza, e ricordando la fatica della riparazione inizieremo a chiederci se tutti quegli oggetti industriali - solitamente frutto di spasmi compulsivi su piattaforme di e-commerce - siano effettivamente necessari, se davvero ci emozionino a tal punto da colmare il vuoto che abbiamo cercato di zittire. Al cospetto della bellezza integrata della ceramica riparata con l'oro troveremo un no come risposta, e considerata la natura fortemente semiotica del kintsugi verrà naturale traslare la domanda su una dimensione ancora più intima della nostra coscienza, che potrà essere ripulita dalle cianfrusaglie mentali e che potrà fornirci inedito accesso alle nostre zone d'ombra. A questo punto, il coagulo di una versione più organica e allineata con la nostra essenza sarà a portata di mano: nella nostra umile e mediocre quotidianità, cominceremo a intravedere il fascino proprio del naturale dipanarsi del tempo, scoveremo un placido senso di pace al cospetto della limitatezza delle cose e rispolvereremo il piacere di scoprire e sperimentare nuove parti di noi stessi. Impareremo a selezionare consapevolmente gli elementi da assimilare e a distinguerli da quelli di scarto, e lentamente giungeremo alla conclusione che anche noi possiamo ripararci e impreziosirci attraverso l'integrazione organica di foglie d'oro esistenziali fino a creare una nuova, più consapevole versione di noi stessi.
Ecco dove risiede il potere semiotico dell'affascinante pratica del kintsugi, ed ecco perché ne siamo attratti come un satellite in un'orbita sempre più stretta.


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