Il Nigredo
Supponiamo che i problemi siano diventati troppo pesanti per essere ancora sopportati e trascinati oltre. Supponiamo che la situazione sia divenuta tanto insostenibile da non riuscire più a distinguere chiaramente il motivo per cui stiamo tenendo assieme i frammenti di un’identità che ora viene percepita come costruita e altisonante. Supponiamo che tutte le funi di fuga siano state recise, che tutte le scuse si siano dissolte come fumo al vento e che la verità non sia più eludibile. Ebbene, non resta altra scelta che guardare la realtà in faccia, dritta negli occhi, rassegnandosi e rinunciando a ogni difesa, ormai divenuta superflua e grottesca. Giunge quindi inesorabile il momento in cui veniamo spogliati di tutto ciò che ci siamo appiccicati addosso per corrispondere alle aspettative esterne, di tutto ciò che crediamo ci abbia definito come individui e che invece ha solo definito la nostra maschera, di tutte le bugie che abbiamo raccontato a noi stessi e agli altri nel tentativo di rinsaldare ogni crepa interiore. La paura oramai è divenuta un dolce ricordo che ha lasciato il posto allo sconforto, e mentre continuiamo a scendere sempre di più nelle tenebre continuiamo a lasciarci alle spalle frammenti di noi stessi, schegge di certezze e di sicurezze posticce, fino a piombare nella disillusione più nera. D’un tratto, più in basso e più in profondità, vediamo una sagoma galleggiare nell’ombra, una figura vagamente ritagliata da un piccolo fuoco che arde sotto un alambicco, l’Athanor. Per qualche motivo sappiamo come si chiami, quella fornace primordiale, ma ci sfugge il suo significato più intrinseco, come se fosse un’informazione impolverata, di seconda mano, passata distrattamente dalla bocca di qualcuno al nostro orecchio, appena riesumata da anni di tacita sepoltura. A passi lenti e trascinati, oramai privi di ogni conforto e certezza, proseguiamo la discesa. Giungiamo al cospetto dell’ombroso individuo denudati di ogni menzogna, di ogni incongruenza, di ogni benché minimo elemento che possa ricondurre alla nostra identità fabbricata, quella che pensavamo ci definisse fino a quando eravamo in superficie. La figura, china sui suoi alambicchi, si volta paziente verso di noi. La sua mano consumata da un’incalcolabile esperienza custodisce un’ampolla, la Vas Hermeticum, all’interno della quale gorgoglia un liquame scuro, viscoso e putrescente. Sappiamo cosa sia, anche in questo caso, ma per anni l’abbiamo ignorato ed evitato, fino a scordarcene. Gli occhi dello sconosciuto ci scrutano con una saggezza disarmante, e mentre contempla la nostra figura nuda e miserevole, proferisce queste enigmatiche parole: “Solve et coagula.”
Ecco l’esatto punto in cui la fine diventa l’inizio.

Torniamo ora nel mondo sensibile, precisamente nella Germania degli anni ’20. Carl Gustav Jung, il padre della psicanalisi nonché della psicologia analitica, sta teorizzando “La Morte dell’Ego”, ovvero la scintilla che innesca il Nigredo, la prima fase della trasformazione alchemica. Egli la definisce come la dissoluzione necessaria e generativa dell’Ego scaturente dal confronto con la propria Ombra al cospetto di un’identità fabbricata e costruita, non autentica. Questo passaggio si definisce “necessario” poiché appare come l’unica via efficace per comprendere cosa ci sia oltre la facciata, e “generativo” poiché l’atto della distruzione non è fine a se stesso, bensì spalanca le porte verso un processo che condurrà all’integrazione e, quindi, a un’identità completa e autentica. Agli occhi di Jung, l’Ombra è quella parte della nostra identità che è stata repressa, silenziata e mortificata, ma che esiste a priori e che, in assenza di una dovuta integrazione, si manifesta in comportamenti polarizzati, involontari e, nella maggior parte dei casi, indesiderati. L’Ombra in quanto tale rispecchia infatti il nostro vero Io e detiene un enorme potere rivelatorio, nonostante tutte le superstizioni che la circondano.
Non è infatti raro vedere i simboli di questa fase alchemica demonizzati (dalla tradizione cattolica, soprattutto) e resi indegnamente oggetti di superstizioni infondate. Di questo ne parleremo tra un attimo.
Prima poniamoci questa domanda: come si arriva a questo punto di non ritorno? Banalmente, nel momento in cui la propria identità è divenuta talmente stretta e scomoda da risultare falsa e fallace persino ai nostri stessi occhi, ci si accorge da soli che è giunto il momento di discendere nelle tenebre per conoscere la verità. Niente e nessuno, però, ha detto che sarebbe stato facile: nondimeno, per giungere alla fine di questo cammino è richiesta una rinuncia non negoziabile delle proprie certezze e di tutto ciò che pensiamo ci definisca in quanto individui. Va da sé che per accettare questa condizione è prima di tutto necessario riconoscere il disagio e racimolare il coraggio per affrontare lo sconforto più profondo senza nessun tipo di edulcorazione.
Come abbiamo appreso, questo atto di doloroso sacrificio (dal latino “sacer”, sacro, e “facere”, fare; letteralmente, rendere sacro) è stato teorizzato come processo psico-cognitivo negli anni venti da Jung, ma a livello di coscienza primordiale collettiva affonda le radici nelle viscere del tempo. Il Nigredo si manifesta infatti in molti simboli culturalmente demonizzati o banditi, come:
il teschio (lettaralmente il caput mortem, la “testa della morte”);
i corvi o le cornacchie;
il Sole Nero;
il processo di decomposizione;
Saturno, il pianeta per antonomasia più “pesante” in termini astrologici;
Il tredicesimo Arcano Maggiore dei tarocchi, “La Morte”, che simboleggia l’inevitabile morte spirituale necessaria per la rinascita.
Mettendo un attimo da parte la tradizione culturale cattolica, si può notare come sul piano della mente comune questi simboli portino con sé un’innegabile e ineluttabile verità, una consapevolezza talmente profonda da spaventare e da risultare sconveniente soprattutto agli occhi di chi desidera controllare e sopprimere ogni moto intellettivo di ricerca interiore. Tuttavia, nonostante questa piuttosto recente mortificazione, dall’alba dei tempi sono proprio le più disparate culture a proporre leggende e storie per raccontare il bisogno esistenziale e la difficoltà del processo alchemico di decomposizione:
Il poema sumero di Inanna racconta della discesa della Dea nel Kur, l’Oltretomba sumero, ove, una volta giunta spogliata di qualsiasi ricchezza ed elemento che la definisse come radiosa creatura divina, viene appesa a ganci e uncini dalla sorella Ereshkigal, Dea dell’Oltretomba, e lasciata a marcire fino alla sua morte. Una volta riportata in vita, Inanna non è più la stessa: la sua precedente identità, composta solo dalla sua parte superficiale, è stata interamente sacrificata (dal latino “sacer” e “facere”, ovvero rendere sacro attraverso un’atto) a favore di un’identità integrata e completa della sua fetta più ombrosa;
La leggenda di Eros e Psiche, in cui Psiche, rapita e trattenuta nel castello di Eros, gode in apparenza di una vita meravigliosa, fatta di servitori invisibili e di un amante segreto che la soddisfa durante la notte ma che le viene impedito di scrutare. Quand’ella decide di scoprire l’identità dell’amante e di scoperchiare il segreto del castello incantato, ecco che il volto di Eros viene illuminato dalla luce della verità. In quell’attimo di rivelazione ella viene impietrita dallo shock ed egli diviene furioso per via del presunto tradimento che ha subito. Inizialmente, gli amanti vengono colti in egual maniera dallo sconforto della realtà, ma superando il timore da una parte e l’arroganza dall’altra riescono a ricongiungersi forgiati di una nuova e più completa identità propria;
La leggenda slava di Vasilissa la Bella (o Vasilissa la Coraggiosa) e Baba Yaga, in cui Vasilissa, armata della bambola magica (simbolo dell’intuizione) che sua madre le ha lasciato prima di morire, s’avventura nel bosco alla ricerca di una fiamma capace di alimentare il focolare domestico al fine di salvare la sua famiglia. Nel racconto la giovane intraprendere un viaggio tortuoso per trovare Baba Yaga, una strega selvaggia che vive in una casupola errante e che è ritenuta responsabile della scomparsa e della consumazione di alcuni bambini (simbolo dell’innocenza tipica degli ignoranti) del villaggio. Una volta trovata la strega dopo aver incontrato tre dei suoi emissari (il Cavaliere Bianco, il Cavaliere Rosso, e il Cavaliere Nero a simboleggiare le varie fasi del giorno e quindi la determinazione di Vasilissa nel perseguire il suo scopo nonostante l’inesorabile trascorrere del tempo e le varie difficoltà), come prima faccenda la giovane viene incaricata dall’anziana donna di riordinare la casa e di lavare i panni sporchi di sangue. A livello simbolico, questo primo compito rappresenta l’eliminazione di tutto ciò che è superfluo e marcescente in casa propria – vista anche come la dimora della nostra mente – e il contatto diretto con tutto ciò che ci ripugna e che ci provoca sofferenza (vale a dire i panni imbrattati di sangue) al fine di ripulirli dai traumi subiti, che hanno sporcato la nostra identità originale.
Ciascuna di queste storie incarna l’archetipo dell’alchimista e riflette una profonda e radicata consapevolezza collettiva che avvalora il Nigredo come processo necessario e non negoziabile, nonché come transizione inevitabilmente dolorosa ma altrettanto dotata di uno sconfinato potere trasformativo.
Il minimo comune denominatore di questi racconti è infatti l’atto di rimozione di tutti gli attributi che caratterizzano una data identità al fine di sintetizzare il cosiddetto mercurio filosofico, l’essenza alchemica primordiale e indifferenziata ottenibile solo attraverso la putrefazione e la macerazione di tutti i distinti elementi chimici che l’hanno generata. In fondo, è di dominio intrinseco collettivo che solo una tela bianca può fornire la base da cui partire per comporre un nuovo disegno.
Allo stesso modo, questi racconti evocano la motivazione per cui questa procedura incuta tanto timore, soprattutto nella nostra epoca: in una circostanza collettiva in cui il cattolicesimo ha affondato le proprie radici nelle usanze popolari e il consumismo spasmodico la fa da padrone, è molto facile cadere nella trappola separatista del “sei ciò che possiedi”, sia esso inteso come bene trascendentale o materiale. Questo tipo di modello basato sul capitalismo prevede di fatto un allontanamento sistemico e guidato da tutto ciò che ci definisce intrinsicamente a favore di una definizione esterna della nostra identità, che viene quindi costruita sull’obbedienza e su quanto possediamo materialmente piuttosto che sugli attributi innati che ci caratterizzano in quanto individui. L’ipercategorizzazione tipica della nostra epoca si occupa poi di consolidare questo assetto invitandoci ad autocensurarci, a snaturarci e a spogliarci dell’autenticità con l’obiettivo di stiparci in una casella definita e, in un secondo momento, di generalizzarci. L’attuale sistema socio-culturale non risulta però sostenibile a lungo termine, poiché rivolto esclusivamente al lato “luminoso” dell’esistenza, a quello custode delle produttività e della felicità costante, anche a costo di fabbricarne una posticcia. L’Ombra, in questo humus, viene conseguentemente demonizzata e patologizzata. La dualità insita in ogni essere umano viene annichilita ed etichettata come complessità inutile, quando invece incarna l’incocco più efficace e diretto per raggiungere l’integrazione e, di conseguenza, la realizzazione. Questo ovviamente a patto che si abbia il coraggio di entrare in contatto con entrambe le facce della medaglia. In fondo, tutto ciò che viene rinnegato e soppresso si sintetizza alchemicamente in Ombra, e più quest’ultima viene ignorata e allontanata, più acquisirà potere, in quanto regina di quel regno interno chiamato subconscio.

Was nicht als Bewusstwerdung geschieht, geschieht als Schicksal
“Ciò che non avviene come presa di coscienza, avviene come destino.”
Questo scrive Jung nel suo saggio “Aion: Beiträge zur Symbolik des Selbst” del 1951, ed è con queste parole che enuncia non solo l’importanza cruciale della presa di coscienza, ma anche di quanto il diniego della propria Ombra intervenga attivamente nella direzione della nostra esistenza.
Gli strumenti che mettono in comunicazione la sfera inconscia da con quella conscia? Semplice: i sogni e l’intuizione.
Quegli esatti strumenti che sono stati sistematicamente mortificati poiché non sondabili e non quantificabili attraverso unità di misura scientifiche, ma che risultano parti integranti dell’essere umano tanto quanto i processi cognitivi, l’intelligenza procedurale e il temperamento.
Quegli strumenti che, durante il Nigredo, riscattano la propria importanza e vengono riconosciuti oltre che raffinati. A fronte di questa consapevolezza, appare logico che ciò che deve essere realmente temuto è la permeabilità al condizionamento esterno, piuttosto che il contatto con la propria Ombra: in un ambiente innatamente omeostatico in cui la dualità convive in un equilibrio dinamico, la reale minaccia è infatti la stasi, la resistenza, la stagnazione. La rinuncia alle certezze, al contrario, garantisce l’accesso all’ignoto, che a sua volta stimola la crescita. A pensarci bene, è un processo assolutamente naturale: qualsiasi fiore nasce da un seme, e qualsiasi seme gesta sottoterra, completamente avvolto dalle tenebre. Per quanto possa quindi intimorire o spaventare assumersi le proprie responsabilità, mettersi in discussione e lasciar andare, tutto ciò viene richiesto senza nessun tipo di scorciatoia o edulcorazione per poter entrare in contatto con la versione più autentica, coerente e funzionale di noi stessi.

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